98) Lc 22, 14-23 – 02/11/2022

  1. Il testo

14E quando avvenne l’ora, sedette e gli apostoli con lui. 15E disse verso di loro: «Ho desiderato con desiderio di mangiare questa pasqua con voi prima di patire. 16Vi dico, infatti, che non la mangerò fino a quando non sia compiuta nel Regno di Dio». 17E ricevuto un calice, avendo reso grazie, disse: «Prendete questo e distribuitelo tra voi. 18Vi dico infatti che non berrò da [questo] momento dal frutto della vite fino a che il Regno di Dio non sia venuto». 19E preso un pane, avendo reso grazie, [lo] spezzò e [lo] diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo dato per voi. Fate questo in memoria mia». 20E [prese] il calice allo stesso modo dopo aver cenato dicendo: «Questo calice [è] la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi. 21Ma ecco la mano di colui che mi consegna [è] con me sulla tavola. 22Poiché il figlio dell’uomo va, secondo quanto è determinato, ma guai a quell’uomo per mezzo del quale è consegnato». 23Ed essi cominciarono a cercare gli uni gli altri chi dunque fosse tra loro colui che stava per fare questo.

  • Il messaggio


14E quando avvenne l’ora, sedette e gli apostoli con lui. 15E disse verso di loro: «Ho desiderato con desiderio di mangiare questa pasqua con voi prima di patire. E’ l’ora, il momento che Gesù ha desiderato da tempo: le parole «ho desiderato con desiderio» sono rafforzative di un moto dell’animo di Gesù. La radice del verbo enthumeo fa riferimento al thymos, cioè all’anima. Gesù esprime profondamente tutto quello che Egli desidererebbe nel rapporto con i Suoi in questo  momento, la comunione di cui Egli parla ha a che fare con la Pasqua, con il patire e con ciò che avverrà dopo la Passione, ossia la pienezza nel Regno di questo momento. La Pasqua di cui si parla è un momento culminante nel rapporto con i discepoli, ma anche il momento culminante della vita di Gesù, e in fondo della Sua donazione.

16Vi dico, infatti, che non la mangerò fino a quando non sia compiuta nel Regno di Dio». 17E ricevuto un calice, avendo reso grazie, disse: «Prendete questo e distribuitelo tra voi. 18Vi dico infatti che non berrò da [questo] momento dal frutto della vite fino a che il Regno di Dio non sia venuto». Nel brano si parla di due calici. Il primo calice è della preghiera della cena. La cena nel mondo ebraico è accompagnata sempre da preghiere, e quella di cui si parla è una cena pasquale. E’ compiuto un rituale secondo il quale il capo di famiglia prende e benedice, e la nostra Eucarestia nasce proprio da questo rituale ebraico. Quello che compie Gesù è l’applicazione di un rituale consueto con un significato nuovo.

Il calice, quindi, ha il significato di ringraziamento, quindi di preghiera. Un tale momento fa da spartiacque con la pienezza del Regno, che a sua volta ha a che fare con la Risurrezione.

Perché l’Eucarestia funziona solo se c’è Gesù…non di certo i discepoli possono celebrarla senza Gesù…non esiste l’Eucarestia senza Gesù. Quindi se Gesù la celebra dopo la Passione, significa che questa Eucarestia si completa con la Sua morte e Risurrezione… e tutte le volte in cui noi la celebriamo, rinnoviamo sempre il memoriale di questa azione. Padre ho un dubbio: quando dici Gesù celebra dopo la Passione, ti stai riferendo al secondo calice, quindi a ciò che avviene dopo? In tal caso renderei: L’Eucarestia è possibile solo con Gesù, e si completa con la Sua morte e Risurrezione. tutte le volte in cui noi la celebriamo, rinnoviamo sempre il memoriale di questa azione.

19E preso un pane, avendo reso grazie, [lo] spezzò e [lo] diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo dato per voi. Fate questo in memoria mia». 20E [prese] il calice allo stesso modo dopo aver cenato dicendo: «Questo calice [è] la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi. Gesù compie tutti gesti tradizionali ma dando loro un significato nuovo.

Si tratta di una consegna: Gesù consegna il Suo corpo. La consegna ha a che fare con la pienezza della comunione. Questa Pasqua dunque si traduce nella consegna di Gesù e la pienezza della comunione è la donazione completa di Gesù ai discepoli. In realtà, la pienezza della comunione è la pienezza nella donazione di ciascuno all’altro. Un esempio di comunione assoluta è nella Trinità, nella quale il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono talmente in comunione da essere una sola sostanza.

Gesù inoltre autorizza a ripetere questo gesto. È un mandato, oltre che essere una grande responsabilità. Possiamo chiederci: come facciamo a donare Gesù completamente all’altro, se anche noi nel cenacolo non proviamo a donarci a Gesù e simultaneamente all’altro? Se si tratta di una consegna di comunione, ciò richiede la partecipazione di comunione.

La consegna ha a che fare con la Pasqua, mediante il sangue dell’agnello che il popolo deve mangiare non lasciando niente, con il sangue che deve essere dipinto sull’architrave delle case che è salvezza: questo patto con Dio, viene ripetuto con Gesù con il suo sangue.

 Con queste parole Gesù sta risignificando la cena pasquale, mediante delle parole con le quali Egli stesso si sostituisce al banchetto di Pasqua. Egli sta inoltre presentando quello che a tutti gli effetti è un modello: la comunione, la donazione di se piena, senza prendere, per fare  in modo che l’altro riceva il massimo del risultato. Ccomunione, consegna, donazione di se e sacrificio, sono una cosa sola. Giovanni direbbe: «Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv. 13, 1).

Tuttavia, in questo momento, i discepoli non colgono il senso del gesto di Gesù perché ha una profondità che ha bisogno di tempo per realizzarsi, e non si realizzerà sino al venerdì dopo. Gesù ha donato completamente se stesso, ha veramente offerto il Suo corpo in sacrificio, ma questo sacrificio si compie il giorno dopo. 

Dopo questa consegna di Gesù, si legge: 21Ma ecco la mano di colui che mi consegna [è] con me sulla tavola. 22Poiché il figlio dell’uomo va, secondo quanto è determinato, ma guai a quell’uomo per mezzo del quale è consegnato». Giuda non potrebbe consegnare nessuno, se non avesse ricevuto da Gesù la consegna di se stesso. La consegna di Giuda è una risposta alla consegna di Gesù, una risposta che Gesù compiange, in quanto il più grande dono che un uomo può ricevere viene consegnato ancora una volta nelle mani dei nemici. Il termine «guai» indica un compiangimento, un dispiacere.

23Ed essi cominciarono a cercare gli uni gli altri chi dunque fosse tra loro colui che stava per fare questo. Fa più scalpore la consegna di Giuda rispetto alla consegna che Gesù ha fatto di sé. L’attenzione dei discepoli è spostata sul se’, e questo è fortemente perturbativo su quella che è la comprensione dei gesti di Gesù. La  reazione dei discepoli dice una incapacità di ricevere un dono grande: si è piuttosto preoccupati di se stessi.

                Nel brano dunque abbiamo da un lato Gesù con la sua donazione, dall’altro abbiamo l’ “anti-Gesù”, colui che consegna quanto ha ricevuto nella profondità, intimità di una amicizia, e quindi tradisce nel senso che quello che riceve nella amicizia lo dona all’aperto, a tutti, ai nemici.

  • Alcune domande per riflettere
  • [La mia fede] Gesù desidera ardentemente una cena di comunione. Una cena intima nella quale poter vivere in pieno l’amicizia con i suoi discepoli. Come mi preparo alla messa? In che modo vivo questa intimità e questa comunione? Cosa mi aiuterebbe a far crescere l’una e l’altra nella partecipazione alla celebrazione eucaristica?
  • [Gli altri] Gesù e Giuda esprimono due modi di vivere la consegna. Gesù si consegna offrendo la sua vita in dono per i suoi amici. Giuda consegna Gesù, di fatto condannando la vita di lui alla morte. Quale tipo di consegna vivo nel rapporto con gli altri? Consegno me stesso sacrificandomi per l’altro oppure consegno l’altro per guadagnare per me? Quanto la mia vita serve a qualcuno (quanti? chi?) o si serve di qualcuno?
  • [La prassi] Le parole di Gesù sulla sua offerta non sono recepite come quelle del suo tradimento. Dopo la sua offerta di donazione i discepoli si interrogano su chi stesse per tradirlo. Accogliere la Parola è sempre far spazio dentro di sé. È sempre togliere un po’ di sé. Quanto sono disposto a togliere dalle mie mani ciò che mi interessa/miei progetti per accogliere ciò che mi viene dato? Quanto il mio cuore è occupato dai propri desideri e quanto si lascia infiammare dai desideri del vangelo?